
Cardinale don Mimmo Battaglia
Sorelle mie, fratelli miei, questa lettera in questo tempo favorevole della Quaresima la scrivo per condividere con voi il mio digiuno, la mia elemosina, la mia preghiera. Possano questi 40 giorni portarci nel deserto dove Lui parlerà al nostro cuore. Voglio dirvi che imparo, ancora giorno dopo giorno, che l’Amore è farsi pane, non farsi primo.
Mentre prego, ho presente nel mio cuore e nella mia mente una novantottenne che nella fatica del suo respiro, diventa icona potente della sua malattia-preghiera: è la Venerabile Enrichetta Beltrame Quattrocchi. E la malattia è preghiera quando ci ricorda chi siamo: tutti fragili. Ma questa fragilità è ciò che ci lega, che ci fa umani, perché capaci di riconoscerci tutti figli, e dunque fratelli e sorelle. È in questa consapevolezza che la carissima sorella e amica Enrichetta ha vissuto la sua vecchiaia unitamente alla sua malattia. Ella pochi giorni prima del suo transito terreno, richiamava a chi era venuto a visitarla, dell’importanza dell’“unità”, di essere e sentirsi parte di una grande Famiglia: la Chiesa! Unita a Cristo Gesù, ha mostrato così, in quella fragilità umana, quella bellezza e quella felicità che resistono al dolore, ma non nel senso che lo cancellino, come se una bacchetta magica facesse scomparire tutto: no! ma Enrichetta resiste nel senso che Gesù ci ha insegnato, ovvero che lo trasfigura, e cioè aggrappata a Cristo ne fa un esodo, un passaggio, Pasqua. E così ella ci insegna a come resistere a quelle azioni idolatriche che rendono la vita triste, vuota e inconcludente. In questo tempo di digiuno, questa Testimone ci porge il Vangelo per saziarcene! cioè riempire la Quaresima di quello zelo che animò Gesù, quando passando sanava e beneficava tutti senza aspettare il “buonsenso”. Il dolore dell’uomo non può aspettare. Questo è il Vangelo! Fino alla fine la Venerabile accoglieva, telefonava, incoraggiava, stimolava. Aveva interesse per tutti, proprio come una vera madre. Non ha aspettato! perché il Vangelo è l’oggi e l’ora di Dio: Consolate, consolate il mio popolo (Is. 40,1). Al grido festoso di «Cristo è risorto!» possano rispondere non le nostre labbra, ma le vere risurrezioni di quanti saremo stati in grado di tirare fuori dai sepolcri attraverso la consolazione appresa alla scuola del Vangelo. Non è possibile cercare il Signore nella forza, nella vittoria, nella magia di un desiderio, che affidiamo alla preghiera per essere esauditi. Gesù invece è arrivato ed arriva come rivoluzionario, a scappottare la nostra immagine di un dio vincente. È debole Nostro Signore: non vince. È fragile: piange, muore. È povero: viene tradito, insultato, calunniato, condannato senza giustizia. È, oggi come allora, scandaloso il Vangelo e i suoi Testimoni.
Scandaloso come la Venerabile Enrichetta, novantottenne ammalata, come noi quando ci scopriamo fragili e lontani dall’immagine perfetta che vorremmo e allora sentiamo lo scandalo di un dio che non è nostra immagine e somiglianza.
Che possiamo digiunare dalla presunzione di dire noi a Lui quello che deve fare.
Che possiamo vivere l’elemosina come ricerca del bene dell’altro come legata a doppio filo al bene nostro.
Che possiamo vivere la preghiera come soave silenzio che non giudica ma si fa abitare.
Dove sei, Signore, mentre ci ammaliamo, abbiamo paura, perdiamo?
In te che soffrendo non sei più cieco ma vedi, in tuo fratello e in tua sorella che si prendono cura di te ed anche in tuo fratello e tua sorella che di te non si cura: perché proprio il deserto è il luogo in cui impariamo che l’Amore non è presa ma resa.
E sarà Pasqua. Resurrezione, già adesso.”


