il mestolino N.10

 

“Tu sei quel che preghi” – mi ripeteva con santa saggezza il padre Maestro del noviziato e aggiungeva: “la preghiera rivela la qualità della tua vita e qualifica tutte le ore della tua giornata”. Aveva ragione questo santo frate a collocare al vertice dei valori e degli impegni quotidiani il nostro dia­logo con il Signore.

Alcune esperienze spirituali forti fanno emergere dal profondo una struggente sete di Dio, il fascino irresistibile di un incontro personale con Lui. Questo può avvenire, per esempio, dopo un corso di esercizi spirituali o in una gior­nata di ricerca e di incontro con la Parola di Dio o quando ci si dispone docilmente alla forte e dolce azione dello Spirito Santo.E’ appunto così che sboccia il bisogno di costruire un ponte orante che congiunge l’uomo con Dio, la terra con il cielo; e si snoda un misterioso dialogo che è costituito es­senzialmente da tre preziose realtà: parola, silenzio e ascol­to. Il dialogo orante di Enrichetta con Dio è stato come un autentico prolungato respiro della sua vita. Si! Vita, perché nelle varie espressioni che formulava faceva entrare tutto il contenuto della sua esistenza spesa per gli altri. Presentava al Signore le preoccupazioni assillanti per i suoi poveri, la sua partecipazioni ai tanti drammi familiari a lei noti, la sua attenzione fattiva allo svolgimento delle vicende penose, la sua gratitudine per coloro che le offrivano qualche aiuto.

Pertanto, la sua preghiera non era anonima, generica, distaccata dalla vita. Tutt’altro! Era ricca di contenuti, dimotivazioni, di eventi, di persone. Nell’incon­tro con il Signore, portava tutti con sé; chia­mava ciascuno per nome, senza dimenticare o tralasciare qualcuno. Era scrupolosamente impegnata a non far mancare la preghiera alla vita personale e anche alla vita dei suoi “rac­comandati”.

Certo, per lei contava molto la qualità del­la preghiera: ci metteva cuore, mente, spirito, sensibilità, fantasia…; ma contava anche la quantità: non misurava il tempo dedicato con generosità e con gioia al Signore, né le lunghe ore passate in ginocchio davanti al Taberna­colo. Così poteva conferire all’incontro oran­te un timbro di autenticità e di attualità.

Enrichetta certamente poteva sottoscrivere quanto af­ferma il saggista francese Xardel: “Per parlare con Dio sen­za rimorsi, bisogna presentargli ciò che realmente si è fatto per lui con amorea beneficio dei fratelli”. E lei aveva sempre molte cose da dire e, soprattutto, da presentare al Signore.Ben convinta che la preghiera è vita (lavoro, im­pegno, umile servizio ai fratelli bisognosi), allora lei metteva molta preghiera nella vita e molta vita nella preghiera.

La sua vita dunque era sempre in strettissi­mo rapporto con la preghiera. Inoltrandosi nei sentieri interiori dello spirito, aveva scoperto che è bello vivere per pregare (fare della vita tutta una incessante preghiera), ma è necessa­rio, indispensabile pregare per vivere. Grazie alla forza della preghiera, Enrichetta era per la Chiesa e per la società una sentinella sempre attenta, presente, vigile, aperta, pronta!

Per amore di Gesù e dei fratelli, lei si ritro­vava nel bel mezzo dei drammi e delle miserie della società. Non si collocava ai margini delle sofferenze fisiche, morali e spirituali, non si sottraeva agli impegni urgenti, non passa­va ad altri le responsabilità. Al contrario, di tutto si faceva carico in prima persona. Era così immersa nei problemi del prossimo da non aver più tempo di pensare ai propri.