Tratto dal sito web dell’AVVENIRE – 30 agosto 2021

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La Chiesa ha tre nuovi “venerabili”, tutti italiani: un riconoscimento importante, quello delle rispettive “virtù eroiche”, sulla via della loro beatificazione. Questo il contenuto dell’udienza avuta oggi da papa Francesco con il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, nella quale il Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti: le virtù eroiche del Servo di Dio Placido Cortese (al secolo: Nicolò), sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, nato il 7 marzo 1907 a Cherso (oggi Croazia) e morto a Trieste nel novembre 1944; le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Cristina Cella Mocellin, fedele laica e madre di famiglia, nata il 18 agosto 1969 a Cinisello Balsamo (Milano) e morta a Bassano del Grappa (Vicenza) il 22 ottobre 1995; e virtù eroiche della Serva di Dio Enrica Beltrame Quattrocchi, fedele laica; nata il 6 aprile 1914 a Roma e ivi morta il 16 giugno 2012.

Madri e figlie, storie di vita donate

Maria Cristina Cella Mocellin ed Enrichetta Beltrame Quattrocchi. Due nuove venerabili. Due storie di aborti rifiutati. Due storie di vite donate e accolte. Una maternità biologica fedele e coerente fino al dono della propria vita, quella di Maria Cristina. Una maternità spirituale ma non meno feconda, vissuta nella devozione e nella preghiera, nel ricordo dell’eroismo della propria madre e nell’impegno del volontariato, quella di Enrichetta, figlia dei beati Luigi e Maria, nel 2001 la prima coppia dell’era moderna a salire all’onore degli altari per le virtù cristiane espresse nella vita matrimoniale. Maria Cristina ed Enrichetta, in modo diverso, hanno saputo accogliere e custodire il mistero grande dell’amore e della vita.

Ecco perché papa Francesco ha autorizzato la promulgazione dei decreti riguardanti le virtù eroiche delle due serve di Dio, insieme al frate francescano Placido Cortese morto per le torture inflitte dalla Gestapo.

La storia di Maria Cristina è quella di una mamma che ha trovato nella fede la forza eroica di mettere tra parentesi la propria vita per dedicare tutta se stessa alla propria terzogenita, nonostante la malattia terribile che l’aveva colpita. Mamma straordinaria? Forse mamma e basta, convinta che la custodia della vita ricevuta in dono dovesse meritare tutte le attenzioni e tutte le cura necessarie, anche a prezzo di “sospendere l’attenzione” per la propria salute. Una storia che richiama immediatamente quella di Gianna Beretta Molla, quella di Chiara Corbella Petrillo e quella di tante altre madri.

È una vita breve ma feconda quella di Maria Cristina, nata il 18 agosto 1969 a Cinisello Balsamo (Milano). Cresciuta in parrocchia, vorrebbe entrare nelle Figlie di Maria Ausiliatrice. L’incontro con Carlo a 16 anni le fa cambiare prospettiva. Due anni dopo la scoperta di un sarcoma alla gamba sinistra. Ma le terapie non la distolgono dal raggiungimento della maturità liceale e poi dal matrimonio con Carlo nel 1991. La coppia mette al mondo due bambini. Poi, quando Maria Cristina scopre di essere incinta del suo terzo figlio, riappare la malattia. La scelta è di continuare la gravidanza, sottoponendosi alle cure che non avrebbero messo a rischio la vita del suo bambino.

In una lettera racconta proprio quei momenti a Riccardo, il suo terzo figlio: «Mi opposi con tutte le mie forze al rinunciare a te, tanto che il medico capì già tutto e non aggiunse altro. Riccardo, sei un dono per noi. Fu quella sera, in macchina di ritorno dall’ospedale, che ti muovesti per la prima volta. Sembrava che mi dicessi “grazie mamma che mi vuoi bene!”. E come potevamo non volertene? Tu sei prezioso, e quando ti guardo e ti vedo così bello, vispo, simpatico, penso che non c’è sofferenza al mondo che non valga la pena sopportare per un figlio». Maria Cristina muore a 26 anni, nella luce della fede. Di grande profondità anche le testimonianze rese in questi anni dal marito Carlo. Ecco quanto ha raccontato in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa della moglie: «Ci sono vuoti che non possono essere colmati, mi è mancata l’esperienza di vita insieme, ma il pieno che è arrivato da questo vivere ti porta a sentirti felice. È un continuo rinnovarsi, crescere. C’è la sofferenza, che è quella che ti fa tenere i piedi per terra, ma c’è anche tanta gioia. Quando ami di un amore vero, quando entri in una dimensione diversa di bene e amore, capisci che lei è sempre qui. Non è mamma coraggio, il suo non è stato un atto eroico, ha donato la vita a Dio, ha vissuto nella scuola di Gesù».

Vita breve quella di Maria Cristina, lunghissima quella di Enrichetta vissuto fino a 98 anni. Lei il dono di una vita voluta al di là della ragione umana e dei consigli dei medici, l’ha ricevuto dalla madre Maria, nel gennaio 1914. I coniugi Beltrame Quattrocchi hanno già tre figli: Stefania (poi suor Cecilia); Filippo (poi don Tarcisio) e Cesare (poi don Paolino). Poi arriva, attesa e desiderata, la quarta gravidanza. Ma già dai primi mesi si presentano problemi quasi insormontabili per quel tempo: violente emorragie che trovano la loro drammatica motivazione nella diagnosi di placenta previa. Il parere del ginecologo, primario del “Regina Elena”, è a senso unico: immediata interruzione di gravidanza, «se si vuole cercare di salvare almeno la madre».

Maria e Luigi attingono dalla fede la forza per opporre alla ragione della medicina la speranza di due genitori: «No, questa bambina deve nascere. E sarà sana». E così è stato. Tanto sana da aver vissuto fino a quasi cent’anni dopo una vita piena di opere e di preghiera. A lungo insegnante di storia dell’arte in diversi licei della Capitale (era laureata in lettere), soprintendente presso l’Istituto nazionale della grafica, si dedicò a un’incessante attività di volontariato, cattolico e laicale. E poi accompagnò in numerosi viaggi i treni di ammalati dell’Unitalsi diretti a Lourdes e a Loreto. Dal 1938 entrò a far parte delle Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli, volontaria presso la Croce Rossa durante la Seconda guerra mondiale, si prodiga con i fratelli per soccorrere ebrei e oppositori del regime, in circostanze anche molto rischiose. Una scuola di vita e di preghiera alimentata e sostenuta da una famiglia straordinaria. Luciano Moia

Il frate minore conventuale ucciso dalle SS per la sua carità

Tutto sembra essere stato precoce nella vita di padre Placido Cortese (al secolo Nicolò), il frate minore conventuale di cui sono state riconosciute ieri le virtù eroiche ed è quindi entrato nel novero dei venerabili. Nato il 7 marzo 1907 a Cherso (l’attuale Cres in Croazia, capoluogo dell’omonima isola nel golfo del Quarnaro), primogenito di quattro figli, tre maschi e una femmina, avvertì l’attrazione per la vita religiosa già da bambino (conobbe i frati a Cherso, nella locale chiesa di San Francesco) e a 13 anni entrò nel Seminario dei conventuali a Camposampiero (Padova). A 21 anni emise poi la professione solenne dei voti religiosi e a 23 fu ordinato sacerdote.

Svolse il servizio pastorale nella basilica di Sant’Antonio a Padova, in particolare nel ministero della Riconciliazione e nella direzione spirituale, nel 1933 fu trasferito a Milano. Nel 1937 tornò nella città veneta diventando a soli 30 anni direttore del Messaggero di Sant’Antonio, incarico che tenne fino al luglio 1943, portando le copie diffuse da 300mila e 800mila. Fu merito suo anche la nascita della Tipografia antoniana. Nel 1937 fu nominato custode della Provincia patavina. Poi arrivò la tragedia della guerra e per padre Placido l’inizio della sua fine terrena.

Su incarico del nunzio apostolico in Italia, monsignor Francesco Borgongini Duca, il frate assistette gli internati croati e sloveni nei campi di concentramento italiani, in special modo in quello di Chiesanuova, presso Padova. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si adoperò per facilitare la fuga degli ex-prigionieri alleati e dei perseguitate dai nazisti, tra cui gli ebrei. La sua attività lo espose a gravissimi rischi, infatti fu catturato dalla Gestapo l’8 ottobre 1944: con uno stratagemma lo attirarono fuori dalla basilica di Sant’Antonio, poiché era zona extra-territoriale, e lo condussero nella caserma delle SS a Trieste, dove il religioso morì nei primi giorni di novembre in seguito alle torture subite. Il suo corpo fu presumibilmente cremato nella Risiera di San Sabba a Trieste.

«Il servo di Dio – scrive la Congregazione delle cause dei santi nel profilo di padre Placido – maturò negli anni una grande capacità di donarsi totalmente alle persone che il Signore gli faceva incontrare. Il suo tratto umano era semplice ed accogliente, capace di farsi carico con pazienza e benevolenza delle varie situazioni di necessità. La sua disponibilità nei confronti dei ricercati dal regime nazifascista era a tutta prova. Probabilmente i tedeschi lo arrestarono perché interpretarono il suo agire come attività politica, ma era solo la carità che lo guidava, convinto che essa non dovesse avere confini. Era cosciente dei rischi che correva. Molteplici erano gli aiuti materiali che donava alle famiglie e alle persone: cibo, abiti, cose di prima necessità».

In una lettera del 7 ottobre 1924 rivolta ai familiari, così l’allora novizio diciassettenne fra Placido aveva scritto, quasi presagendo la sua morte violenta: «La religione è un peso che non ci si stanca mai di portare, ma che sempre più innamora l’anima verso maggiori sacrifici, fino a dare la vita per la difesa della fede e della religione cristiana, fino a morire tra i tormenti come i martiri del cristianesimo in terre lontane e straniere». 

Andrea Galli

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