La preghiera è insita nell’essere umano. Il desiderio di rapportarsi con un Ente superiore, di chiedere aiuto e sostegno è presente in tutte le culture e civiltà e si esplica in maniere molto diverse. Per noi cristiani, la preghiera è, o dovrebbe essere, il punto centrale della nostra giornata, in quanto momento in cui si dialoga direttamente con Dio, il nostro Creatore e Signore. La preghiera realizza un pro- fondo anelito di ogni uomo: quello di parlare con Dio, di comunicare con Lui come con un amico.

Preghiamo anche perché è stato il Signore stesso a co- mandarci di pregare, di pregare sempre, quando ha detto: «Bisogna sempre pregare» (Lc 18, 1);

e ancora: «Vegliate e pregate in ogni momento» (Lc  21,36).  Mentre San Paolo ripeteva: «Pregate incessantemente» (1Tess 5,17). Nel corso dei secoli, mistici e santi hanno dato vita a numerose preghiere, profonde e significative che hanno espresso a parole ciò che tutti portiamo nel cuore e per questo vengono recitate ancora oggi. Anche il fondato- re di Pompei, il Beato Bartolo Longo, ha scritto tante preghiere, tra cui la più famosa è la Supplica (1883), tra-dotta in centinaia di lingue e recitata ancora oggi in tutto il mondo. La   preghiera   deve   essere   fatta con umiltà, fervore, fiducia, in modo raccolto e con assiduità. Le modalità di preghiera sono diverse, a seconda delle situazioni e delle diverse sensibilità: la preghiera collettiva, come quelle che si svolgono in chiesa, le preghiere litaniche, la preghiera personale, le

preghiere specifiche per le diverse occasioni, ecc. Per sa- pere come pregare possiamo guardare a Gesù, così come fecero gli apostoli, quando gli chiesero: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). I discepoli lo vedevano pregare. Si alzava presto al mattino, passava le notti in preghiera, si ritirava in solitudine. Erano incantati dal suo silenzio, dal suo raccoglimento, dalla luce che brillava sul suo volto. Avrebbero voluto  penetrare  nel  suo  mondo,  conoscere  quale fosse il suo segreto. Gesù non insegnò loro una tecnica o un metodo di preghiera, ma una preghiera che implica un impegno di vita, un modo di relazionarsi con Dio e con i fratelli . Insegnò loro a pregare “Il Padre nostro” e a farlo con sincerità, con intensità, dal profondo del proprio essere. La parola “Padre” diventa, così, non solo per gli apostoli, ma anche per tutti noi, cristiani di ogni tempo, la porta di entrata nella preghiera. Esprime l’immensa fiducia in un Dio dal quale sappiamo di essere amati: se chiediamo, lui dona; se cerchiamo, si fa trovare; se bussiamo, ci apre. È un Padre pieno di affetto. Ci aspetta sempre. Ci è sempre vicino. Ci accoglie sempre. Possiamo andare sempre da lui, senza mai spazientirle. Una volta entrati, ci basta chiamarlo per nome: Padre. E diciamo questa parola perché Gesù ci fa pregare con Lui, facendoci veri figli come Lui. Benediciamo il Padre e desideriamo che sia santificato il suo nome, cioè che tutti lo conoscano, lo amino, lo benedicano. Imploriamo , poi, dal Padre per noi e per tutti gli uomini il bene più grande. Dicendo, infatti: “Venga il tuo regno” chiediamo che Dio, con la sua parola e la sua volontà, prenda possesso di questo mondo, attraverso la venuta del suo Spirito,

perché questa terra sia il regno di Dio, in cui tutti compiano la volontà di Dio, Padre nostro. C’è anche una porta di uscita nella preghiera: lo sguardo nuovo su quanti ci stanno attorno. Dopo aver fatto, in modo profondo e consapevole, l’esperienza della paternità di Dio, riconosciamo gli altri come nostri fratelli e sorelle. Ecco perché Gesù in- segna a pregare con i verbi al plurale: “Dacci il nostro pane”: “Perdona a noi i nostri peccati”; “Non abbandonarci alla tentazione”. Per la forza di questa comunione di figli di Dio, ogni qualvolta ognuno di noi prega, anche da solo, anche nel silenzio della sua stanza o del suo cuore, è sempre in unità con tutti gli uomini e le donne del mondo. Può pregare per loro e con loro: per i propri familiari e per gli estranei, per chi si incontra ogni giorno, per chi non si riesce a perdonare, per chi non sa di avere un padre nei cieli, anche per chi non sa di essere figlio o figlia di Dio.

È questa la preghiera cristiana, la preghiera del cristiano. E il cristiano sa che il Padre lo aspetta, per accoglierlo, in qualsiasi momento. Gesù ha detto, infatti: «Chiedete e vi sarà dato, cercate troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9).

La preghiera allontana i vizi, aiuta a praticare le virtù e, quindi, a crescere nella santità. La preghiera deve, dunque, far parte di una buona vita: più si ama Dio, infatti, più si è portati ad amare il prossimo con benevolenza, aiuto reci- proco, dimenticanza delle offese.

La preghiera, poi, crea la comunità, avvicina i fratelli nella fede, dà testimonianza. Sotto le bombe o nelle rovine di terremoti ed altre calamità, quanti cristiani hanno continuato a pregare, ricevendo, così, da Dio la forza di andare avanti!

La candidata agli onori degli Altari, Enrichetta Beltrame Quattrocchi, alla quale è dedicata questa rivista, face- va grande affidamento sulla preghiera. Ben consapevole che solo la forza della preghiera della sua famiglia aveva permesso la sua nascita, fece della sua vita un rendimento di grazie a Dio.

Nonostante la sua salute non fosse certo ottimale (che, comunque, le ha permesso di arrivare a 98 anni di età), si dedicò incessantemente a Dio e al prossimo donando tutta se stessa alla cura della famiglia, all’attenzione verso i prossimi, soprattutto quelli in necessità; senza però tra- scurare la propria crescita spirituale con ritiri di approfondimento e orazione in vari conventi.

Nella villetta di famiglia a Serravalle di Bibbiena (AR), chiamata “La Madonnina” organizzò, con l’aiuto di Mons. Aurelio Signora, Arcivescovo di Pompei, attività liturgiche ed apostolari  , con la partecipazione dei familiari e di numerosi amici, attratti dal clima mistico della casa. l suo impegno spirituale non era mai disgiunto da una intensa attività di volontariato cattolico e sociale.

La devozione alla Madonna di Pompei era presente nel- la vita della famiglia fin da prima del matrimonio. Nel 1904, le preghiere incessanti di Maria ottennero la guarigione di Luigi da una grave ulcera gastrointestinale. L’immaginetta che, in quell’occasione, l’allora fidanzata gli inviò, egli portò sempre con sé fino alla morte.

Nella storia di Enrichetta, così come in un discorso generale sulla preghiera, un posto speciale merita il Rosario. Come raccontava lei stessa: «Nella nostra famiglia, si recitava il Rosario tutte le sere, se c’erano ospiti li invitavamo ad unirsi a noi. Ricordo che durante la Seconda Guerra Mondiale, nel rifugio sotto casa, mamma e papà guidavano i vicini nella preghiera».

Il Rosario è preghiera mariana dal cuore cristologico che non solo consola, dona serenità e ottiene grazie, ma guida il fedele in un formidabile itinerario spirituale nel- la vita stessa di Gesù, indicando a tutti come orientare la propria vita alla sua sequela.

Il Rosario è la preghiera che ogni giorno si eleva incessantemente dal Santuario di Pompei, per portare ai piedi di Maria i desideri, le necessità, le attese dei fedeli di ogni dove.

Il Rosario è la preghiera con la quale milioni di persone in tutto il mondo si sentono uniti tra loro e legati a Dio, vera “catena dolce che annoda a Dio e fa fratelli”, come diceva il Fondatore di Pompei, il Beato Bartolo Longo.

 Tommaso Caputo

Arcivescovo

 

Santità coniugale e familiare: l’esempio dei Beati coniugi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi

Papa Francesco,  come  già  San  Giovanni  Paolo  II  e Papa Benedetto XVI, ha tra le sue preoccupazioni, quella per la famiglia. Lo ha dimostrato in modo particolare con- vocando due Assemblee Generali del Sinodo dei Vescovi: quella straordinaria dell’ottobre 2014 e quella ordinaria dell’ottobre 2015. In tal modo, il Papa ha voluto mette- re anche lui al centro dell’attenzione della Chiesa le sfide pastorali della famiglia nel contesto della nuova evangelizzazione e la vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

Il matrimonio non è una semplice scelta di vita, ma una vera e propria vocazione e via di santificazione. Lo ha chiaramente ricordato San Giovanni Paolo II, nell’Esorta- zione Apostolica Familiaris consortio. In tale documento, il Papa volle ribadire la convinzione che il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei beni più preziosi dell’umanità, sollecitando l’impegno a salvare e promuovere i valori della famiglia cristiana.

Anche Papa Francesco è tornato su questo argomento nell’Amoris Laetitia: «Una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio».

Il matrimonio è, quindi, una via di santificazione per la coppia e per l’intera famiglia. Di ciò abbiamo una luminosa testimonianza nella vita dei coniugi Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi, beatificati da Papa Giovanni Paolo II il 21 ottobre 2001.  Dalla santità di vita di questi coniugi, sono nati quattro figli: 2 sacerdoti (P. Paolino e D. Tarcisio), una monaca benedettina (Suor Maria Cecilia) ed Enrichetta, della quale si stanno raccogliendo testimonianze ne pereant probationes sulla santità di vita; quest’ultima, vissuta sempre accanto ai Beati fino alla loro morte, ha maggior- mente assorbito la missione educativa dei genitori, testimoniandola sempre con coerenza di vita e con ancora maggior impeto quando, in seguito alla loro Beatificazione , l’amore filiale si fuse con la devota venerazione. 

Faccio, quindi, mio l’invito di San Giovanni Paolo II rivolto alle famiglie in occasione della Beatificazione dei coniugi Beltrame Quattrocchi: «Care famiglie, oggi abbiamo una singolare conferma che il cammino di santità compiuto insieme, come coppia, è possibile, è bello, è straordinariamente fecondo ed è fondamentale per il bene della famiglia, della Chiesa e della società».

Ed allora, care famiglie, avanti senza paura nel cammino di santità non solo coniugale, ma anche familiare.

Mons. Erasmo Napolitano

   Presidente del Trib. Eccl. Regionale Campano